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Per i geometri studi leggeri, senza praticanti né dipendenti

Maria Chiara Voci - IlSole24Ore

21 set 2026

La fotografia. L’indagine promossa da Agefis rivela che il 56% opera in regime forfettario. Uno su due utilizza collaboratori con partita Iva

Nello studio di un geometra a essere occupata è, sempre più spesso, una sola scrivania. Il professionista tipo lavora da solo, ha superato il quarto di secolo di attività e determina il proprio reddito in regime forfettario. Non ha dipendenti, non ha praticanti ma, in un caso su due, si avvale della collaborazione di colleghi in partita Iva per superare i momenti di maggiore carico lavorativo.


La fotografia emerge da un'indagine promossa in questo mese di settembre da Agefis, l'associazione geometri fiscalisti, con il supporto organizzativo di GruppoPiù, provider di servizi assicurativi, di consulenza del lavoro, contabili e fiscali. L'analisi, che Il Sole 24 Ore del Lunedì anticipa e che è consultabile da oggi sul sito dell'associazione, è stata condotta attraverso domande su questioni puntuali, poste a un campione significativo di professionisti iscritti ai collegi territoriali di tutta Italia. I risultati sono poi stati incrociati con i macro-trend di categoria.


Lo scenario è netto. Il 78% dei professionisti che ha risposto al sondaggio esercita in forma individuale contro un 12% che è inserito in uno studio associato o in una società. Appena il 13% degli studi ha almeno un dipendente, mentre nel 46% dei casi è presente almeno un collaboratore inquadrato con partita Iva; anche laddove ci siano dipendenti, il modello organizzativo di crescita prevede strutture ibride piuttosto che modelli tradizionali di subordinazione.

La scelta di non assumere non deriva, però, tanto da ostacoli di tipo burocratico, ma piuttosto dall'assenza di condizioni di reale convenienza, oltre che da una crescente difficoltà nell'incontro fra domanda e offerta. Sono infatti sempre meno i giovani che scelgono la libera professione, in un contesto fortemente mutato per via del calo demografico under 40.


«L'analisi che abbiamo condotto – spiega Mirco Mion, presidente di Agefis – mette in luce come il modello dello studio individuale, un tempo ritenuto precario, oggi si dimostri al contrario una scelta solida e consapevole per la categoria. Per crescere si cercano forme diverse di collaborazione e la flessibilità diventa una risorsa da cogliere come opportunità in un mercato ciclico e fluttuante».

È in questo modello di studio leggero, che limita i costi fissi e si allarga attraverso collaborazioni professionali che va letto anche il dato sul regime forfettario, scelto dal 56% del campione. Un regime che, per il suo stesso meccanismo, si presta soprattutto ad attività con una struttura di costi contenuta.

Questo non significa che sia il forfettario a determinare la scelta di non assumere, ma i numeri mostrano una relazione molto netta tra regime fiscale e struttura dello studio. Solo il 5% degli studi in forfettario ha almeno un dipendente, contro il 26% di quelli in regime ordinario. E il divario resta ampio anche restringendo l'osservazione ai soli liberi professionisti individuali, dunque a un gruppo omogeneo per forma di esercizio: 3% contro 20 per cento.


A confermare che la fiscalità è soltanto una parte della spiegazione sono però le motivazioni indicate dagli stessi professionisti. A frenare le assunzioni pesa innanzitutto un carico di lavoro ritenuto insufficiente, indicato dal 32% del campione, seguito dalla preferenza per il lavoro autonomo, al 31 per cento. E quando la scelta di cercare un dipendente viene effettivamente compiuta emerge un'altra barriera: tra chi ha cercato personale qualificato, il 92% dichiara di aver trovato difficile o molto difficile reperirlo, uno dei risultati più netti dell'intera indagine. «Questa difficoltà non nasce nel vuoto – prosegue Mion –. Il 93,5% degli studi non ospita un praticante e il 63% dei rispondenti esercita da oltre 25 anni. Gli strumenti previsti dall'ordinamento per favorire l'ingresso dei giovani negli studi esistono, ma quanto siano conosciuti, e quanto siano praticabili per uno studio della dimensione media della categoria, è una delle domande che questa rilevazione lascia aperte. Eppure, riportare i giovani dentro gli studi conviene prima di tutto agli studi stessi, perché è lì che si trasmette l'esperienza applicativa che caratterizza questa professione».


Anche sulle prospettive a breve, prevale l'immobilità: il 54% manterrà l'organico invariato, il 39% dichiara di non sapere e le previsioni di aumento e di riduzione si compensano quasi interamente; la quota di chi assumerebbe per la prima volta è inferiore all'1 per cento. «Il rapporto – conclude Mion – solleva importanti interrogativi. In un mercato che delinea questa evoluzione, chi sarà disponibile, negli anni a venire, a svolgere il lavoro che oggi svolgono i geometri italiani? La risposta crediamo sia centrale nel dibattito che deve affrontare la categoria».




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